Giocare per ricordare: il potere terapeutico del gioco
Giocare è un bisogno biologico innato di tutti gli animali, è uno dei modi che l’evoluzione ha scelto per permetterci di adattarci ad un mondo in costante cambiamento. Tutti gli animali giocano e l’uomo è l’anima che gioca più di tutti.
Il gioco ci offre un ambiente sicuro in cui sviluppare competenze fisiche, emotive e sociali e la sua assenza Nell’infanzia può avere conseguenze profonde sul nostro benessere.
Quando giochiamo, accade qualcosa di magico dentro di noi
La chimica che si scatena è incredibilmente simile a quella della felicità: entriamo in connessione con gli altri, abbassiamo le barriere che ci separano, nutriamo quel senso di appartenenza a un gruppo che è così fondamentale per gli esseri umani. Ritroviamo fiducia negli altri e in noi stessi e, quasi senza sforzo, passiamo da una modalità reattiva a una più “responsiva”, più aperta e propositiva. Il gioco è un potente strumento anti-trauma, e ci aiuta a trovare soluzioni efficaci, a nutrire la nostra creatività.
Tutto ciò senza bisogno di imporci di giocare perché il gioco è intrinsecamente motivante e gratificante, significa che quando giochiamo abbiamo voglia di farlo di nuovo senza bisogno che qualcuno ci convinca a farlo.
Tutti questi elementi – la felicità, la motivazione intrinseca, il nutrimento delle relazioni sociali e la fiducia in sé stessi – hanno un impatto diretto e significativo sulle nostre prestazioni cognitive: sulla memoria, sull’apprendimento, sull’attenzione e sulla nostra capacità di ragionamento. Inoltre, la gratificazione innesca un circolo virtuoso che potenzia l’apprendimento e il benessere.


Il paradosso della demenza: quando il gioco scompare
Immagina cosa accade quando una persona riceve una diagnosi di demenza o una qualsiasi diagnosi grave che impatta sull’identità dell’individuo. Improvvisamente, molti degli elementi che abbiamo appena citato, spariscono. Una diagnosi seria non lascia spazio per il gioco, per il divertimento, per la leggerezza. L’attenzione si sposta su esami, terapie e, ovviamente, sulla stimolazione cognitiva, che spesso si traduce in una serie di esercizi guidati, mirati a preservare funzioni cognitive, anch’essa vissuta come seria, necessaria.
Ma c’è un paradosso evidente, non trovi? Se il gioco ha un impatto così positivo e profondo sulle nostre funzioni cognitive e sulla felicità, perché in una malattia che deteriora proprio quelle funzioni e che impatta sul nostro benessere, il gioco viene lasciato in secondo piano e non trattato come un elemento necessario e complementare alle terapie?
Non solo, diagnosi del genere portano spesso a un profondo isolamento. La persona non si sente più in grado di interagire come prima che teme che le sue lacune (i sintomi) possano emergere in qualsiasi momento. A questo si aggiunge l’apatia, un sintomo frequente delle demenze, che compromette i circuiti della motivazione, e che spinge la persona ha rifiutare le attività che prima le portavano gioia e gratificazione. Allontanandola ancora di più da quel benessere così importante per la persona e che supporta le funzioni cognitive.

la svolta: il gioco come terapia
È proprio qui che risiede il potere terapeutico del gioco: è importante trovare un approccio alla stimolazione cognitiva che sia profondamente radicato nella nostra natura umana e giocosa. Un sistema che non si limiti a “esercitare” le funzioni, ma che le supporti inserendolo in un contesto motivante, gratificante, giocoso e interattivo.
Non si tratta solo di ricordare, ma di ricordare giocando, di apprendere sorridendo, di interagire con gioia.
Il gioco non è un’attività infantile da accantonare di fronte alla serietà di una diagnosi. È, al contrario, una risorsa biologica fondamentale, un catalizzatore di motivazione e felicità che può riaccendere le funzioni cognitive e migliorare significativamente la qualità di vita delle persone.
